Padre Nostro: testo in latino, in italiano, le origini e il significato

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Pater Noster

Di seguito ecco il testo del Padre Nostro in latino:

Pater noster qui es in caelis,
santificetur nomen tuum,
adveniat regnum tuum,
fiat voluntas tua, sicut in caelo et in terra.

Panem nostrum quotidianum da nobis hodie,
et dimitte nobis debita nostra,
sicut et nos dimittimus debitoribus nostris,
et ne nos inducas in tentationem,
sed libera nos a malo.

Padre Nostro

Di seguito il testo del Padre Nostro in italiano:

Padre nostro che sei nei cieli,
sia santificato il tuo nome,
venga il tuo regno,
sia fatta la tua volontà
come in cielo così in terra.

Dacci oggi il nostro pane quotidiano,
e rimetti a noi i nostri debiti
come noi li rimettiamo ai nostri debitori,
e non ci indurre in tentazione,
ma liberaci dal male.
Amen.

Le origini del Padre Nostro

Il Padre Nostro – o preghiera del Signore – è la più conosciuta tra le preghiere cristiane.
La preghiera la ereditiamo dalle Sacre Scritture: difatti è presente in due forme (leggermente diverse) nel Vangelo di Matteo e nel Vangelo di Luca.

Nasce da un insegnamento di Gesù che cercò proprio di introdurre una preghiera che permettesse di rivolgersi a Dio come “Abbà”, Padre.
Ecco le forme dei due vangeli sinottici:

Matteo
Voi dunque pregate così: / «Padre nostro che sei nei cieli, / sia santificato il tuo nome; / venga il tuo regno;/ sia fatta la tua volontà, / come in cielo così in terra. / Dacci oggi il nostro pane quotidiano, / e rimetti a noi i nostri debiti / come noi li rimettiamo ai nostri debitori,/ e non ci indurre in tentazione,/ ma liberaci dal male»”.

Luca
Ed egli disse loro: «Quando pregate, dite:/ Padre, sia santificato il tuo nome, / venga il tuo regno; / dacci ogni giorno il nostro pane quotidiano,/ e perdonaci i nostri peccati, / perché anche noi perdoniamo ad ogni nostro debitore, / e non ci indurre in tentazione»”.

Di recente è intervenuto Papa Francesco sollecitando una nuova traduzione di un passaggio del Padre Nostro: difatti, nella traduzione dal greco di “non ci indurre in tentazione” (καὶ μὴ εἰσενέγκῃς ἡμᾶς εἰς πειρασμόν), Jorge Maria Bergoglio crede ci sia un errore etimologico, che può essere per il fedele fuorviante.
La traduzione più corretta secondo il Papa sarebbe “non mi lasciare cadere in tentazione”, poiché difatti non è Dio a farci cadere nella tentazione, ma il maligno.

Ecco le parole di Papa Francesco:

La versione è stata corretta sulla Bibbia della Cei dal 2008 – prima ancora dell’intervento del Papa – tuttavia nella messa tradizionale ancora vige l’originale traduzione.

Meditazione e significato del Padre Nostro

Padre Nostro che sei nei cieli

Padre! È l’invocazione più dolce che l’uomo possa rivolgere a Dio. Questo titolo è presente nell’Antico Testamento ma, di solito, viene abbinato a quello di Creatore, e inoltre quasi «monopolizzato» da Israele e dall’israelita. Mosè, nel suo Cantico, rimprovera Israele: «Così agisci con Jahvè, popolo insensato e insipiente? Non è forse lui il tuo Padre che ti ha creato? Non è lui che ti ha fatto e sostenuto?».

Isaia invoca: «Tu sei il nostro Padre, poiché Abramo non ci conosce e Israele (Giacobbe) non si ricorda di noi, Tu, o Jahvè, sei il nostro Padre».

Sotto l’aspetto affettivo Jahvè è più tenero del padre e della madre per il suopopolo: «Efraim non mi è forse un figlio tanto caro o anche un beniamino? Poiché ogni volta che parlo di lui, lo ricordo sempre più vivamente. Per questo le mie viscere si sono commosse per lui, e io senza dubbio avrò pietà di lui». Il profeta Osea parla dell’amore paterno di Jahvè per il suo popolo:

«Quando Israele era giovane, io lo amai e dall’Egitto richiamai mio figlio.Ogni volta che io li chiamavo,essi se ne andavano più lontani da me: sacrificavano ai Baal e offrivano incenso agli idoli. Eppure io avevo insegnato a Efraim a camminare, lo avevo preso sulle mie braccia; ma essi non sapevano che io li avevo accuditi. Con funi umane io li ho attirati, con corde d’amore; fui per loro come colui che cresce un bimbo e mi chinai su di lui, gli diedi da mangiare».

Il nuovo popolo di Dio, i cristiani, divenuti eredi delle divine promesse, chiamano Dio col dolce nome di Padre. L’essere tutti gli uomini figli dello stesso Padre Celeste ci affratella. Sant’Agostino insiste sulla parola «nostro» per dimostrare le dimensioni sociali della preghiera: «Imparino da ciò i ricchi e i nobili cristiani a non insuperbire di fronte ai poveri e agli umili, poiché dicono insieme a questi a Dio: «Padre nostro»; il che non possono dire secondo verità e pietà, se non si riconoscono tra di loro come fratelli».

Che sei nei cieli

L’espressione «che sei nei cieli» s’ispira alla concezione ebraica del cosmo. Il firmamento separa le «acque superiori» da quelle inferiori. Sopra le acque superiori il Signore ha costruito il suo palazzo, dove abita e dove ha il suo trono. È un modo poetico-popolare di esprimere la trascendenza di Dio. La sua abitazione nei cieli serve a Dio per dirigere i fenomeni atmosferici, per governare gli astri e presiedere allo svolgersi della vita sulla terra e sul mare. Gli Ebrei, più inclini alle realtà concrete che ai concetti astratti, hanno voluto significare che Dio trascende tutte le cose create, è al di fuori d’ogni contingenza cosmica e, nel medesimo tempo, è presente con la sua Provvidenza in tutti i movimenti della natura da lui creata. Gesù, insegnando ai suoi discepoli a pregare, rispetta questa espressione teologicamente esatta e poeticamente bella. L’Essere Supremo — Dio che abita nei cieli — è Padre nostro tenerissimo. L’accostamento di queste due espressioni: Padre nostro, che sei nei cieli mette subito in evidenza il binomio: Padre e Re. Poco prima, nel Vangelo di San Matteo, Gesù si era così espresso: «Io vi dico di non giurare affatto, né per il cielo, perché è il trono di Dio, né per la terra, perché è lo sgabello dei suoi piedi». Quali cose si chiedono al «Padre nostro che è nei cieli»?

«Sia santificato il tuo Nome»; «venga il tuo Regno»;

«sia fatta la tua volontà come in cielo così in terra».

La frase «come in cielo così in terra» non si riferisce soltanto all’ultima di queste tre domande, ma si riferisce indistintamente a tutte e tre.

Sia santificato il tuo Nome

«Sia santificato il tuo Nome». Il Nome è Dio. Tutta una serie di espressioni bibliche (come maledire, benedire, profanare, lodare, glorificare, invocare, eccetera, il nome di Dio) significano che uno benedice, loda, glorifica Dio in persona. Il nome proprio di Dio nell’Antico Testamento è Jahvè. Un altro nome è Il Santo, uno dei nomi più significativi di Dio. Nell’Antico Testamento la santità di Dio viene affermata così frequentemente e in termini tanto espliciti che si è fatto il tentativo di definire l’intera dottrina teologica antico-testamentaria come la «religione della santità». I tempi, i luoghi, il cielo, le città si dicono santi per estensione, cioè in relazione a Dio, Santo dei Santi, il cui Nome (cioè l’Essere) è santo.

La santità di Dio si presenta come un modello per l’uomo, come un ideale trasformato in comandamento dallo stesso Dio: «Siate santi, perché io, Jahvè vostro Dio, sono santo».

Quando chiediamo: «Sia santificato il tuo nome», non chiediamo se non questo: come in cielo tu sei ritenuto e riconosciuto santo, così si realizzino sulla terra e si manifestino i tuoi diritti, il tuo Nome, il tuo Essere; che tutti ti glorifichino e ti ritengano per santo, e si sforzino d’imitare la tua santità, facendola trasparire dalle proprie azioni.

Il contenuto di questa domanda è intimamente legato alla missione di Gesù sulla terra. Nella preghiera sacerdotale, Gesù dirà: «Padre, ho manifestato il tuo Nome agli uomini». E prosegue: «Ho fatto conoscere il tuo Nome e lo farò conoscere, perché l’amore, col quale mi hai amato, sia in loro e io in essi».

Venga il tuo Regno

Quello che gli altri evangelisti definiscono «Regno di Dio» viene chiamato da San Matteo «Regno dei Cieli». La predicazione del Battista s’inaugura con questa esortazione: «Ravvedetevi, perché è vicino il Regno dei Cieli». Arrestato e decapitato il Battista, Gesù insiste sullo stesso tema: «Ravvedetevi, perché è vicino il Regno dei Cieli». Lui, il Messia, sarà l’evangelista del Regno e dichiarerà: «Per questo io sono stato mandato». I Vangeli fanno risaltare le sollecitudini di Gesù in rapporto a questo concetto centrale della sua predicazione e della sua vita. Basta aprire il Vangelo per sentir parlare del mistero del Regno, delle parabole del Regno, delle beatitudini del Regno, dei figli del Regno, dei nemici del Regno, delle condizioni per entrarvi, per appartenervi… e infine degli impedimenti, cioè dei peccati, che escludono dal Regno. Gesù, evangelista del Regno, ne è anche il Re. Pilato, funzionario dell’Impero di Roma, quando vuole appurare la verità domanda a Gesù: «Sei tu il re dei Giudei?». E Gesù gli risponde: «Il mio Regno non è di questo mondo. Se il mio Regno fosse di questo mondo, le mie guardie avrebbero combattuto perché io non fossi consegnato ai Giudei; ma il mio Regno non è di questo mondo». Pilato incalza: «Dunque, sei tu re?». E Gesù: « Tu lo dici: io sono re. Per questo sono nato e per questo sono venuto sulla terra. Chiunque è per la verità, ascolta la mia voce».

Il Regno predicato e fondato da Gesù è la Chiesa. «Il mistero del Regno di Dio» è il mistero della Chiesa; le beatitudini del Regno sono le sue beatitudini; le parabole sono le sue parabole. C’è nel Regno di Dio uno   stadio terreno e uno ultraterreno: uno compiuto in cieloe uno inaugurato sulla terra ma incamminato alla compiutezza ultraterrena. Alla fine dei tempi, si farà il bilancio finale e il censimento dei cittadini definitivamente ammessi alla beatitudine del Regno dei Cieli; Gesù apparirà in tutta la sua maestà regale e, sedutosi sul trono di gloria, dirà a coloro che sono alla sua destra: «Venite, o benedetti del Padre mio, prendete possesso del Regno preparato per voi fin dalla fondazione del mondo».

Da quando Cristo l’ha fondata, la Chiesa segna, con la sua presenza, la storia del mondo e gli eletti del Regno di Dio si riconoscono dall’amore e dalla fedeltà con cui le sanno appartenere.

Sia fatta la tua volontà

La prima cosa da cercare nella preghiera e da promuovere nella vita è «il Regno di Dio e la sua giustizia». Giustizia vuol dire santità.

Ora, «questa è la volontà di Dio — dice San Paolo — la vostra santificazione». Giustizia, volontà di Dio, santificazione personale sono realtà che si richiamano, che si completano a vicenda, che si identificano.

Per entrare nel Regno dei Cieli non basta dire: «Signore, Signore… », ma bisogna fare «la volontà del Padre mio che è nei cieli», ammonisce categoricamente Gesù. La giustizia del Regno non è giustizia a parole o a opere finte, come quella praticata dagli scribi e dai Farisei; dev’essere giustizia «di fatto», di opere autentiche. Non il «fermento dei Farisei », ma il «lievito del Regno» deve trasformare la vita del cristiano.

Questo «lievito» è la volontà di Dio, incarnata nel messaggio evangelico e invocata dalla preghiera.

Il Catechismo Romano precisa che «la volontà divina è quella che i teologi chiamano volontà di segno o significata, cioè la volontà con cui Dio fa conoscere all’uomo ciò che deve fare e ciò che deve evitare. Essa comprende tutti i precetti necessari al conseguimento della salvezza eterna, sia che riguardino verità da credersi o virtù da praticarsi, sia che Dio li abbia rivelati direttamente o emanati per mezzo della Chiesa».

Tutti i precetti sono condensati nel comandamento dell’amore. Dice Gesù: «Se mi amate, praticate i miei precetti»; «Chi ha i miei comandamenti e li pratica: ecco colui che mi ama»; «Se uno mi ama, pratica la mia parola».

San Giovanni, il discepolo amato, specifica: «Questo è appunto l’amore di Dio: praticare i suoi comandamenti». Testamento Nuovo, Legge Nuova, preghiera nuova, comandamento nuovo: «Vi do un comandamento nuovo: di amarvi gli uni gli altri; comeio ho amato voi, così voi amatevi gli uni gli altri. Da questo conosceranno tutti che siete miei discepoli: se vi amerete gli uni gli altri». Dice Gesù: «Questo io vi comando: che vi amiate gli uni gli altri». E ancora: «Questo è il mio comandamento: che vi amiate gli uni gli altri come io vi ho amato». Comandamento nuovo, comandamento unico, comandamento suo. Chi ama i fratelli, ama Cristo; chi ama Cristo, ama Dio, perché Cristo è Dio; chi ama Cristo, ama il Padre: amori indivisibili. Amare equivale a fare la volontà del Padre che è nei cieli.

L’adempimento di questa volontà racchiude alcune beatitudini:

— La vera parentela con Gesù: «Chi fa la volontà del Padre mio che è nei cieli, è davvero mio fratello, sorella e madre». La Madonna diventò Madre di Dio offrendosi alla volontà di Dio.

— L’inabitazione della Santissima Trinità: «Colui che mi ama, sarà amato dal Padre mio, e anch’io lo amerò e mi manifesterò a lui». «Il Padre mio lo amerà, e verremo presso di lui e dimoreremo in lui».

— L’amicizia con Gesù: «Voi siete miei amici, se fate ciò che io vi comando».

— La vita eterna: «Chi fa la volontà di Dio permane in eterno».

Gesù introduce nella sua famiglia divina il cristiano, stabilisce in lui la sua dimora, ne fa un amico, e lo ammette nel suo Regno «che non avrà fine». Tutto questo a una condizione: che egli faccia la volontà del Padre suo, che è nei cieli. Per poterla realizzare perfettamente, ce ne ha messo nel cuore il desiderio e sulle labbra la domanda: «Sia fatta la tua volontà».

L’estensione della volontà di Dio è identificata con quella del suo Regno in noi: il Regno di Dio è l’eudokìa, cioè la benevola volontà del Padre sugli uomini, che corrisponde alla gloria di Dio in cielo, come annunciarono gli angeli nella notte di Natale: «Gloria a Dio nei cieli altissimi e pace in terra agli uomini che egli ama». «In tutti coloro che fanno la volontà di Dio, si compie la volontà di Dio; non perché — dice Sant’Agostino — essi facciano in modo che Dio voglia, ma perché fanno ciò che Dio vuole; agiscono cioè secondo la sua volontà».

Dacci oggi il nostro pane quotidiano

Quale pane quotidiano chiediamo a Dio? Le interpretazioni circa la natura di questo pane sono varie; possono brevemente e praticamente ridursi a tre:

— pane materiale;

— pane della parola di Diodi cui ci si nutre con la fede;

— pane eucaristico.

Pane materiale. Il senso immediato della domanda è il pane materiale. Che cosa infatti domanda il bambino a suo padre, se non il pane?

Con l’espressione «pane» si comprende nella Sacra Scrittura non solo il pane, ma il vitto in genere, il nutrimento. Domandando il pane al Padre Celeste, gli domandiamo il necessario per il nostro sostentamento.

Il Signore gradisce che gli si domandino anche le cose materiali, specialmente quando ci si serve di esse, come di mezzi, per sfamare, per vestire, per dissetare i più bisognosi.

Pane della parola di Dio. Quando Mosè nel Deuteronomio cercò di far capire al popolo le lezioni che poteva ricavare dal comportamento di Dio durante i quarant’anni nel deserto, le sintetizzò così: «Ti ha umiliato, ti ha fatto provare la fame, ti ha fatto mangiare la manna che tu non conoscevi e che i tuoi padri non conoscevano, per insegnarti che l’uomo non vive soltanto di pane, ma di tutto ciò che esce dalla bocca di Dio».

«Non di pane soltanto vive l’uomo, ma di ogni parola che esce dalla bocca di Dio», ripete Gesù, respingendo la tentazione di Satana che lo invitava a cambiare i sassi in pane.

Pane eucaristico. Non di solo pane materiale vive l’uomo, non della sola parola rivelata e assimilata per mezzo della fede vive il cristiano, ma anche d’un altro pane e di un’altra parola, cioè di Gesù medesimo che è la Parola fatta carne, il Pane vivo che per mezzo dell’Eucaristia «sostenta, aumenta, ripara e diletta» la vita dell’anima.

San Pio X nel Decreto Sacra Tridentina Synodus del 20 dicembre 1905, esortando i fedeli alla Comunione frequente e quotidiana, diceva: «Quasi tutti i Padri della Chiesa insegnano unanimi che nell’esortazione del Divino Maestro a chiedere «il pane nostro», dobbiamo intendere trattarsi non tanto del pane materiale, cibo del corpo, quanto del Pane Eucaristico, di cui possiamo e dobbiamo cibarci quotidianamente».

La storia della Liturgia mostra come il «Padre Nostro» in tutte le celebrazioni della Messa sia divenuto la preghiera di preparazione alla Comunione. Sant’Agostino coagula così le sue interpretazioni: «Qualcuno è in dubbio se questa domanda si debba intendere, oltre che della parola di Dio, anche del cibo necessario al corpo, o del Corpo del Signore. Gli rispondo che vi si comprendono tutte e tre le cose: il pane quotidiano; il pane consacrato (eucaristico) che è visibile; e il pane invisibile della parola di Dio».

E rimetti a noi i nostri debiti, come noi li rimettiamo ai nostri debitori

«Se voi perdonerete agli uomini le loro offese, — diceva Gesù — anche il Padre Celeste vi perdonerà; se invece voi non perdonerete agli uomini,  neppure il Padrevostro vi perdonerà».

San Pietro, un po’ perplesso, gli domandò: «Signore, se il mio fratello pecca contro di me, quante volte dovrò perdonargli? Fino a sette volte?». Gesù rispose: «Non ti dico fino a sette volte, ma fino a settanta volte sette», cioè  sempre. Nella parabola del servo spietato chiarisce: «Così vi tratterà anche il Padre mio celeste se ognuno di voi non perdona di cuore al fratello».

La possibilità del perdono da parte di Dio è legata al perdono concesso ai nostri debitori. Oltre la possibilità del perdono, da questo nostro atteggiamento dipende anche la possibilità stessa dell’efficacia della nostra preghiera. Non basta semplicemente perdonare, ma bisogna anche saper chiedere perdono quando siamo noi i debitori. «Se dunque stai per presentare la tua offerta all’altare e là ti ricordi che il tuo fratello ha qualcosa contro dite, lascia la tua offerta davanti all’altare, e va’ prima a riconciliarti con il tuo fratello, e allora verrai a presentare la tua offerta». Questa precisazione vien fatta da Gesù in riferimento al quinto comandamento: «Non uccidere». Gesù perfezionò tutta la Legge, riconducendola al comandamento dell’amore; vuol quindi far comprendere che perdonare significa, per il cristiano, non solo dimenticare, ma amare positivamente i nemici. Gesù lo comanda nel modo più esplicito: «Avete udito che fu detto: Ama il prossimo tuo e odia il tuo nemico. Io, però, vi dico: Amate i vostri nemici e pregate per quelli che vi perseguitano; così sarete figli del Padre vostro che è nei cieli che fa levare il sole sui buoni e sui cattivi, e fa piovere sui giusti e sugli ingiusti». Perdonando e amando i nostri debitori diventiamo figli del Padre Celeste e così possiamo, con tutta verità e fiducia, rivolgergli la domanda: «Rimetti a noi i nostri debiti, come noi li rimettiamo ai nostri debitori».

Di fronte a Dio siamo tutti e sempre debitori, cioè peccatori. È  fondamentalmentenecessario riconoscere questa nostra condizione per saper chiedere e ottenere il perdono. La parabola del pubblicano e del Fariseo in preghiera è definitiva al riguardo. Il Concilio di Milevi nel 416 e quello di Cartagine nel 418, approvato da Papa Zosimo, scomunicarono quanti sostenevano che i santi quando dicono queste parole del «Padre Nostro»: «rimetti a noi i nostri debiti» non le dicono per se stessi, perché non hanno più bisogno di questa domanda, ma le dicono per gli altri, per i peccatori. Il Concilio Tridentino, riprendendo la stessa dottrina, disse che tale domanda è «umile e veritiera» anche sulla bocca dei buoni; perfino gli uomini più santi ogni tanto cadono in colpe veniali.

La verità di fronte a Dio è questa: siamo debitori, siamo peccatori.Se Dio esige da noi il perdono verso il nostro prossimo (e il perdono comporta amore), quando chiediamo a Dio che ci perdoni, gli chiediamo in definitiva che ci ami.Il suo amore è la radice, il movente del suo perdono; è il perdono stesso. In checonsiste l’amore di Dio per noi? «In questo sta l’amore: non noi abbiamo amato Dio, ma egli ci ha amati per primo e ha mandato il Figlio suo a espiare per i nostri peccati.Carissimi, se così Dio amò noi, noi pure dobbiamo amarci scambievolmente».

E non c’indurre in tentazione

L’espressione «non c’indurre in tentazione» significa: «non lasciarci soccombere alla tentazione», cioè non permettere che veniamo a cadere, ad offenderti con il peccato. Questa domanda, strettamente legata alla precedente, viene a essere un’implorazione di aiuto più grande ancora. È come se si dicesse: «Padre nostro, che sei nei cieli… perdonaci prima che abbiamo ad offenderti; cioè amaci tanto da non permettere che ti offendiamo». Sant’Agostino, che provò la dolorosa esperienza del peccato e del drammatico passaggio dal peccato alla grazia, nelle sue Confessioni scrive: «Io ti amerò, o Signore, e ti renderò grazie ed esalterò il tuo nome, poiché mi perdonasti tante azioni tristi e nefande. Fu opera della tua grazia e della tua misericordia se i miei peccati li facesti sciogliere come ghiaccio. Opera della tua grazia, se non commisi altri peccati, di qualunque specie. C’era forse peccato che io non fossi in grado di commettere, se amai perfino la colpa gratuitamente?». Santa Teresa di Gesù Bambino, la piccola santa, che aveva consapevolezza della sua innocenza battesimale, asseriva: «…Ma so anche che Gesù ha rimesso a me più che a Santa Maddalena, perché mi ha perdonato in anticipo, impedendomi di cadere… Come vorrei riuscire a spiegare ciò che sento!… Concludeva: «Sono io, questa creatura, oggetto dell’amore previdente di un Padre che non ha inviato il suo Verbo per riscattare i buoni, ma i peccatori. Egli vuole che io lo ami, perché mi ha perdonato non molto, ma tutto, non ha atteso che io lo amassi molto, come Santa Maddalena, ma ha voluto che io sapessi come egli mi aveva amato d’un amore di previdenza ineffabile, perché io lo ami alla follia!… Ho sentito dire che non si è mai trovato un’anima pura più amante di un’anima penitente: ah, come vorrei smentire questa parola!».

Gesù fu tentato da Satana. Noi siamo tentati da Satana, dal mondo e dalla nostra concupiscenza. San Giacomo, che ha sentito, che ha imparato il «Padre Nostro» da Gesù stesso, scrive: «Nessuno, quand’è tentato, dica: «sono tentato da Dio», perché Dio non può essere tentato al male e lui non tenta alcuno. Ciascuno invece è tentato dalla propria concupiscenza, ne è adescato e sedotto». Al giardino degli Ulivi, Gesù dice: «Pregate per non cadere in tentazione». E un po’ dopo: «Simone, dormi? Non hai potuto vegliare un’ora? Vegliate e pregate per non entrare in tentazione».

A questa petizione si riallaccia particolarmente «il grande dono della perseveranza finale», che non possiamo meritare, ma che possiamo ottenere da Dio con la preghiera.  «Pregando, — dice San Tommaso — noi impetriamo quello che non meritiamo».

Ma liberaci dal Male

Liberaci dal male e a nche dal Maligno, cioè da Satana. Questa settima e ultima domanda del «Padre Nostro» viene a essere una semplice estensione, un complemento della precedente.

Gesù, nella preghiera sacerdotale, dirà al Padre: «Non chiedo che tu li tolga dal mondo, ma che li custodisca dal Maligno». Il male morale che è nel mondo gravita attorno alle tre concupiscenze: «la concupiscenza della carne, la concupiscenza degli occhi, l’orgoglio della vita». «Se uno ama il mondo, non c’è in lui l’amore del Padre». Essere liberati dal male, cioè dal cadere nelle tentazioni, è un partecipare al trionfo di Cristo che ha «vinto il mondo». Come vince il cristiano il mondo? Risponde San Giovanni: «Chiunque è generato da Dio, sa vincere il mondo; e la vittoria che vince il mondo è la nostra fede. Chi è il vincitore del mondo, se non chi crede che Gesù è il Figlio di Dio?».

Gesù ha vinto il mondo e ha vinto anche il Maligno, che regnava nel mondo per mezzo del male. L’ha vinto disarmandolo e legandolo. Chi ci difende dal Maligno? Risponde San Giovanni: «Sappiamo che chiunque è generato da Dio non pecca, ma Colui che fu generato da Dio (cioè il Cristo) lo difende e il Maligno non ha potere su di lui. Sappiamo che noi siamo da Dio, mentre il mondo giace tutto in potere del Maligno».

Le poche righe del «Padre Nostro» son le più commentate di tutta la Sacra Scrittura: commentate dai Padri, dagli scrittori ecclesiastici e dagli esegeti di tutti i tempi. Commentate anche dalla Liturgia, gustate e poi tradotte in pratica dai cristiani. I cristiani vi hanno trovato un credo, un decalogo, un codice di preghiera. Santa Teresa traccia tutto l’itinerario della preghiera e della vita spirituale basandosi sul «Padre Nostro», e quando riesce ad averne il commento trasale di gioia: «Sia egli per sempre benedetto! Non pensavo che questa preghiera potesse racchiudere tutta la vita spirituale, dal suo punto di partenza fino a quello in cui l’anima s’immerge in Dio e Dio l’abbevera in abbondanza di quell’Acqua Viva che si trova soltanto al termine del cammino».

Il «Padre Nostro» è ricco di richiami biblici. Ha qualcosa della mediazione discendente e ascendente dell’Unico Mediatore tra il cielo e la terra. Il Figlio di Dio scende dal Padre che è nei cieli, per glorificare il suo Nome, per evangelizzare e portare sulla terra il suo Regno, per fare la volontà del Padre, per darci il pane, per perdonarci, per liberarci dal male e dal Maligno. Finita la sua missione sulla terra, ascende di nuovo al Padre dopo averci liberati dal male e dal Maligno, dopo aver perdonato, dopo aver dato il pane, dopo aver compiuto la volontà del Padre, dopo aver propagandato il suo Regno, dopo aver glorificato il suo Nome. Arrivato in cielo, seduto alla destra del Padre nel suo trono, attende che noi ora ci rivolgiamo al Padre per mezzo del Figlio, spinti e mossi dallo Spirito. In terra ha lasciato il suo Vicario per continuare a capo della Chiesa l’opera della redenzione, prolungando così la missione del Figlio nella glorificazione del Nome di Dio, nell’adempimento della sua volontà.

(Commenti a cura di Don Carlo De Ambrogio – Fonte: Gioventù Ardente Mariana)